sabato 28 gennaio 2017

Rosy


Il mestiere di psicoterapeuta non è fatto di personaggi noti, accademici, scrittori di libri "scientifici" o best seller divulgativi. Il nostro lavoro non c'entra gran che con la visibilità, la fama, i ruoli istituzionali prestigiosi. Per alcuni può divenire anche questo. Per alcuni, purtroppo, può essere "solo" questo. Ma, in essenza, si tratta di altro. Di aiutare altre persone? Si, anche ma, principalmente, consiste nella ricerca della verità. Ed è questa ricerca, che ho ammesso a me stesso dopo un lungo e tortuoso percorso, a illuminare le nostre vite e renderci compartecipi dell'esperienza meravigliosa di assistere a un cambiamento, ad una trasformazione che, in un dato istante, rende una persona "un po' più vera". Per questo ora sento di poter ricordare pubblicamente la mia amica e collega Rosy Annunziato. Rosy se n'è andata definitivamente, purtroppo con fatica e dolore, il 3 aprile 2016. Rosy è stata una psicoterapeuta veramente brava e una persona veramente bella. Del resto, mi spiace disilludere qualcuno ma non ritengo possibile esistano buoni terapeuti "dentro" persone anche solo "così così". Non dobbiamo essere ineccepibili, per carità! Ma "veri" il più possibile, ad ogni costo, quello assolutamente si. Comunque non mi dilungo nel decantare i pregi di Rosy. Sarebbe inutile per chi non abbia avuto la fortuna di incontrarla. Mi limito a riportare la cronaca, il più fedele possibile, di quanto accaduto in un tempo indefinibile incastonato in quello canonico collocabile attorno le prime ore del 28 gennaio 2017.
Poi appari tu. Dei momenti precedenti rimane solo l'atmosfera estiva. Hai un bell'abito rosa antico che si muove leggero nell'aria, ancor più quando prendiamo la tua auto decapottata e partiamo. Per un momento mi pare d'essere come su un bob ingoiato dalla velocità, in un dritto canalone che ci conduce, in un istante, lontano, in prossimità del ristorante nel quale mi vuoi portare. Un posto molto "su" che solo tu puoi permetterti, penso, non certo io. Ma é normale, sei sempre stata una "signora" e non si tratta di soldi ma di come ti portavi nel mondo. Ti portavi. Ora che siamo fermi, seduti nell'auto, in mezzo al sole, ti guardo e il tuo viso ha meno tempo di come lo ricordavo, non intendo semplicemente più giovane ma é come se certi segni, certi particolari, quel piccolo neo sul labbro, fossero svaniti. Come se le tua bellezza umana fosse mutata in qualcosa al di fuori del tempo. Allora, solo allora, mi é parso di ricordare. In un istante sono in balia del dubbio. "Ma tu sei proprio qui?" Sento la mia voce far risuonare una domanda così.. stupida! Eppure non so come altro dire. Perché non me la sento di pronunciare la parola. La parola é così forte, oscura, intensa, che temo possa far svanire tutto in un attimo. Per questo non dico che sei morta. "Ma tu sei veramente qui?" É tutto quello che posso permettermi di pronunciare. Così, volgi al cielo luminoso il tuo bel volto senza più tempo ma di carne viva, con la pelle appena appena ambrata. Ma non mi rispondi. O forse la risposta é quel tuo lieve sorriso ad occhi chiusi che si confonde con l'espressione di un volto baciato dal sole. Sei veramente qui? Risuonano ancora queste mie parole mentre mi scopro nel letto. Mi rimane l'immagine del tuo volto senza tempo, eppur così vivo e reale, nella luce del sole. Grazie per essere passata a trovarmi. Ah, si.. E grazie per ciò che mi hai dato in vita. Sei un'amica speciale, uno dei pochi esseri umani incontrati che mi capivano e quando non ci riuscivi del tutto eri comunque lì con me a provarci. Così, andandotene, hai lasciato un immenso, incolmabile, vuoto e molte cose buone dietro te. Fra queste, in fondo lo spero, un uomo un poco migliore.

lunedì 12 dicembre 2016

Non seguitemi, mi sono perso anch'io (di nuovo)

Eccoci giunti all'ultimo dei 4 incontri programmati per la rassegna «Non seguitemi, mi sono perso anch'io (di nuovo)» in cui stiamo scoprendo come seguire la via meno ovvia, quella della "ricerca della verità", che non ci permette di ancorarci alle abitudini ma ci spinge a ricercare il senso profondo di ciò che siamo e che facciamo. Probabilmente in questo incontro vedremo come sia possibile "vivere l'istante presente" e come "meditare" non significhi necessariamente assumere particolari posizioni e rimanere immobili per un certo periodo di tempo. O forse no. Forse emergerà un tema diverso, che nemmeno io ora conosco. Comunque sia, per saperlo, non ti resta che venire all'incontro.

Roberto Pinetti

lunedì 7 novembre 2016

Comunicato stampa «Non seguitemi, mi sono perso anch'io (di nuovo)»

Comunicato stampa

«Non seguitemi, mi sono perso anch'io (di nuovo)»

di e con

Roberto Pinetti


«La vita è un viaggio che inizia veramente solo quando scopriamo di esserci perduti».
 
Nel mese in cui si celebra la giornata nazionale della psicologia e del benessere psicologico, Parma ospita, Giovedì 27 Ottobre alle 20,30 il primo dei quattro incontri che compongono la rassegna: «Non seguitemi, mi sono perso anch'io (di nuovo)».
Relatore: Roberto Pinetti, psicologo, psicoterapeuta, artista visivo e (come si autodefinisce) "ricercatore esistenziale".

Le quattro comunicazioni, pubbliche e gratuite, alle quali sono invitati tutti gli interessati, inizieranno alle 20,30 presso la Sala Civica Bizzozero (Parma - Via Bizzozero, 19) nei seguenti quattro Giovedì: 27 Ottobre; 10 e 24 Novembre; 15 Dicembre.

Il titolo della rassegna riprende la fortunata esperienza iniziata nel 2010 con il sostegno del Comune di Lesignano Bagni  e poi proseguita in altri contesti.
Gli incontri, come in passato, saranno caratterizzati dal non avere argomenti rigidamente predefiniti. Ogni incontro è una storia a sé e Roberto Pinetti traspone la propria esperienza di psicoterapeuta lasciando che sia  "quel luogo e quel momento" a definire le tematiche specifiche da trattare; comunque inerenti la psicologia del benessere e i percorsi attraverso i quali possiamo acquisire una nuova e più autentica consapevolezza.

mercoledì 19 ottobre 2016

Giovedì 27 Ottobre, alle ore 20,30 - nella Sala Civica di via Bizzozero, 19 - Roberto Pinetti, Psicologo e Psicoterapeuta Riza, terrà la prima delle 4 comunicazioni pubbliche e gratuite in cui si parlerà di disagi e problemi connessi alla psicologia, ma in una prospettiva sorprendente e tutta da scoprire.

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domenica 12 giugno 2016

L'uomo che scoprì un'altra stanza oltre i muri di casa (da: "La casa nei sogni" in «Psicologia dell'abitazione» di Roberto Pinetti)

 Arriva molto teso e col solito semi sorriso che tenta di mascherare quello stato d'animo. É arrossato in volto e mi pare arrabbiato. Esordisce dicendo: "Non so, mi sembra di stare buttando via del tempo!" Accosta subito questa affermazione alla sua storia con Alessia ed inizia, come sempre, a parlare ininterrottamente, assemblando considerazioni, lamentele circa il proprio malessere e nuovi ragionamenti.

É ovvio quanto sia difficile, per lui, manifestare il proprio disagio, forse nel timore di dover pagare quell'atteggiamento con l'abbandono. Mi pare questo il motivo del suo comportamento nei confronti di Alessia quando, al telefono, lei gli chiede cosa abbia e lui immancabilmente risponde: "niente".

Massimo ha trentacinque anni, si è rivolto allo psicoterapeuta per un problema molto preciso: "impotenza". Così lui stesso definisce il deficit erettile di cui ha iniziato a soffrire già parecchi mesi prima di rivolgersi a me.

Si è sottoposto a svariati esami da parte di medici specialisti (anche di altre città) uno dei quali formula l'ipotesi di un insufficiente flusso ematico ma, perlopiù, le diagnosi ricollegano il suo problema allo stress nervoso. Quest'ultimo è il motivo che l'ha condotto a me (oltre ché la richiesta di Alessia, sua compagna).

Presto emergerà che proprio Alessia pare essere il centro problematico nella vita di Massimo. Prende infatti forma, durante i nostri incontri, la storia di una relazione nata all'insegna delle duplicità ed ambivalenze. Questa ragazza così giovane, bella e attraente ha, però, anche un’altra relazione in corso.
Massimo, pur di non perderla, accetta un penoso periodo di condivisione della ragazza amata, fino a che, finalmente, giunge il tempo in cui questa si decide a lasciare l'altro uomo.
Proprio nel momento in cui ciò che poteva apparire come il coronamento di un grande desiderio si stava finalmente verificando ecco che si manifesta l'impotenza. Netta e spietatamente sincera come ogni manifestazione corporea sa essere.
Ci vorrà un po' di tempo ancora, prima che Massimo inizi a interpretare il suo disagio non quale carenza ma come espressione. Espressione di un corpo che non riesce a stare al gioco dell'inaffidabilità, dell'ambiguità e dell'incertezza incarnato dal rapporto con Alessia.

Massimo ha calpestato il suo amor proprio e la stima di sé per stare con quella ragazza ma, senza amor proprio e autostima, decade anche ogni possibile motivazione ed energia.

Così non bastano più i fitti ragionamenti tesi ad auto convincersi della bontà della sua scelta relazionale.
Anzi, ora gli si ritorcono contro, imprigionandolo in un universo paranoide popolato di dubbi in cui la possibilità di fidarsi appare sempre più gravemente compromessa.

È, paradossalmente, proprio a quel punto che la persona giunta in terapia sospinta da un drammatico sintomo fisico e dal desiderio di riparare il "guasto" che metteva in pericolo la sua relazione, scopre la necessità di centrarsi su se stesso e cercare una via per il proprio benessere.

Il prologo di questo cambiamento, di questa ridefinizione che mette Massimo al centro della propria vita, al cospetto delle proprie responsabilità ma anche del proprio poter fare, avviene in due momenti che, guarda caso, hanno entrambi come elemento comune la dimensione abitativa.

Il primo fra questi è un'operazione concreta di cui non è possibile non cogliere i contenuti simbolici: Massimo decide di andare a vivere da solo.

La madre, rimasta vedova quando lui era molto piccolo, pare non volersi rassegnare a questo atto di indipendenza così "irrazionale". Emerge così, progressivamente in modo sempre più chiaro, quel meccanismo di dipendenza reciproco sul quale madre e figlio avevano costituito la loro relazione e che ora Massimo sta iniziando, serenamente, a smantellare.

Il suo nuovo appartamento diviene quindi luogo simbolico ove ogni atto di ristrutturazione ed ogni operazione di manutenzione descrive: da un lato la presa di contatto con il proprio Sé e dall'altro gli sforzi quotidiani di Massimo alla ricerca d'una maggiore autonomia.

Il secondo momento, che prelude ai profondi cambiamenti che di lì a poco interverranno nella sua vita, si esplicita all'atto di riprendere i nostri incontri dopo l'interruzione estiva.
Infatti alla prima seduta esordisce comunicandomi di essersi convinto che è tempo, per lui, di "andare più in profondità".
Da parte mia osservo che un modo per raggiungere quello scopo potrebbe essere dirigere la propria attenzione sul mondo onirico: i sogni.

Già all’incontro successivo mi racconta due sogni fatti nella stessa notte dopo il nostro ultimo colloquio.

Nel primo Massimo si trova all’interno del suo appartamento quando scorge un buco nel muro. Incuriosito si introduce in quell'apertura e, strisciando attraverso ad un tunnel, raggiunge un altro vano, una parte della casa che fino ad allora gli era sconosciuta.

Nel sogno successivo si trova impegnato a spostare alcuni mobili ed oggetti che si frappongono tra la sua abitazione, così come la conosceva, e l'ambiente che si celava oltre la parete. Agevola, così facendo, l'accesso a quella zona che non aveva mai considerato prima.



Quando gli chiedo che tipo di vano possa essere quello che ha scoperto nel sogno mi risponde prontamente che deve trattarsi di uno studio.

Questi due sogni risultano molo importanti per la terapia ma più in generale per la vita di Massimo. Con essi egli si introduce in un nuovo territorio, un nuovo spazio da abitare che estende la sua dimensione esistenziale permettendogli di scoprire ciò che, fino ad allora, era rimasto inesplorato della sua interiorità.
Ma questa nuova dimensione abitativa ha anche una precisa connotazione. Si tratta, appunto, di uno studio. Come abbiamo visto lo studio, nella casa, rimanda simbolicamente allo spazio del fare, della creatività, del lavoro nella sua essenza. La dimensione fegato del corpo-casa ci propone un aspetto peculiare della vita di Massimo che pare destinata a trasformarsi. Il lavoro è premessa e manifestazione dell’autonomia personale. Uno dei passi necessari che ci conduce verso un nuovo livello esistenziale. Ciò che, in termini riduttivi viene motivato con l’esigenza di guadagnare denaro per potersi sostentare e per poter fondare e mantenere una propria famiglia e, in realtà, solo l’interpretazione stereotipata di una delle nostre esigenze fondamentali. Il lavoro rimanda al nostro modo di esprimerci concretamente e fattivamente nel mondo. E qualunque richiamo ad esigenze puramente “economiche”, in realtà ci depista dal coglierne il più profondo significato simbolico: noi siamo ciò che facciamo.

Verso l'indipendenza
Una volta che l'inconscio di Massimo ha manifestato una breccia nella sua casa-anima, tale da consentirgli di spaziare ben oltre ai limiti che fino allora gli erano noti, anche il processo verso l'autonomia subisce un'accelerazione. Un'altra casa giunge in sogno a palesare quel nuovo passaggio.

É un’ampia baita posta sulla cima di un monte, una specie di "rifugio" che funge da comunità per tossicodipendenti.
Massimo si trova all'interno di una camerata composta da alcuni letti a castello. Intravede un occupante e sa che ce ne sono altri. Tutto è estremamente bianco e in ordine: i letti sono tutti perfettamente a posto. Massimo sa di essere lì di passaggio, come fosse in vacanza. Starà poco e non è come gli altri che vi risiedono permanentemente. Telefona ad un amico del quale conosce il passato di tossicodipendente per dirgli che, secondo lui, si trova nel posto dove questi è stato in comunità. L'amico gli conferma l'impressione. Mentre ancora sta parlando al telefono, Massimo guarda fuori da una finestra: lontano, ecco il mare!
Pur con l'intento di procurare squarci di coscienza nel lettore trovo sempre penosamente riduttivo l'atto di interpretare. Come spesso accade, mi trovo nella necessità di mediare il rispetto per l'integrità del simbolo, il quale non ammette analisi restrittive, con l'esigenza di proporre una lettura capace di svelare ciò che nei sogni, nei fatti apparentemente casuali della quotidianità, in ogni storia, favola, mito o leggenda, l'inconscio racconta.

Ma nell'ultimo sogno di Massimo l'immagine del mare fuori dalla finestra mi pare talmente poetica che mi spiacerebbe intaccarla con altre parole. Possiamo osservare, più in generale, il senso di una casa posta in cima ad un monte, posizione privilegiata per guardare.
Possiamo cogliere l'aspetto dettato dalle definizioni di "rifugio" e di "luogo per coloro che sono dipendenti", il quale rimanda ineluttabilmente Massimo al confronto con la propria attitudine a rifugiarsi nella dinamica della dipendenza, appunto.

Infine possiamo cogliere la sua consapevolezza di non essere che "di passaggio" in quella casa. La scoperta, quindi, che quella dimensione di dipendenza è un periodo di transizione prossimo alla conclusione.
Allora è lecito anche concedersi di seguire, con l'immaginazione, e senza altre spiegazioni, la linea del suo sguardo che, fuori dalla finestra, incontra, finalmente, il mare. Nuovo paesaggio che evoca i misteri insondabili dell’inconscio, i tesori occultati nella profondità e l’ampiezza inesauribile della vita.

Massimo, in seguito, chiuderà quella relazione in cui troppe cose andavano contro al suo benessere. I suoi disturbi sessuali svaniscono assieme alla ritrovata serenità con la nuova partner. Proprio in analogia con l’apparizione onirica dello studio la sua storia personale si arricchirà anche di un lavoro più consono alle proprie esigenze. Qualcosa che decide di fare mettendosi in proprio e lasciando l’attività che aveva gestito fino ad allora. Guarda caso un’attività legata alla famiglia d’origine. Con mia profonda felicità e commozione, verrò a sapere che, ad un anno circa dalla conclusione dei nostri incontri, si è anche felicemente sposato.